
di Manuele MORO
È sufficiente sfogliare una qualsiasi rivista di tecnologia per rendersene conto: il cloud computing rappresenta la novità del momento per quanto riguarda i dispositivi mobile. L’archiviazione dei dati su server “virtuali” e la conseguente possibilità di sincronizzare tra loro i vari smartphone, tablet e notebook sono infatti destinate a cambiare per sempre la nostra fruizione di questi device.
Tuttavia, esiste un’azienda che già dal lontano 2006, quindi ben prima che i maggiori colossi del settore si muovessero in questa direzione, mette a disposizione degli utenti una potente suite di servizi “sulla nuvola”, per di più gratis e open source: il suo nome è Funambol e la sua sede operativa si trova a Pavia.
Si, avete capito bene: non nella Silicon Valley, come quasi obbligatorio per una web start-up, ma in piena Pianura Padana, a poche decine di chilometri da Milano. Dietro al progetto Funambol, infatti, si cela il genio creativo e imprenditoriale dell’italianissimo Fabrizio Capobianco, giovane ingegnere valtellinese classe 1970.
In quanto software libero, intorno a Funambol ruota un’amplissima comunità di individui e aziende, responsabili, insieme ai programmatori di Pavia, del perfezionamento di una soluzione che ha il suo punto di forza nella compatibilità con la stragrande maggioranza dei supporti mobile attualmente in circolazione, indipendentemente dalla casa produttrice (diversamente da molti dei suoi competitor).
Con Funambol la sincronizzazione avviene over-the-air, ossia senza bisogno di collegare fisicamente il dispositivo in questione al computer di casa. È sufficiente accedere al proprio account su my.funambol.com e inviare al server centrale i dati (mail, rubrica, agenda, foto, video, ecc.): a questo punto tali contenuti saranno consultabili e modificabili su qualsiasi device.
Purtroppo però, quella che vi stiamo raccontando non è la storia del trionfo del Made in Italy. Non completamente, perlomeno: pur in possesso di un’idea vincente, infatti, per trovare i fondi necessari a finanziare la propria impresa (Funambol produce anche un software commerciale per service provider), Capobianco è dovuto volare proprio nella Silicon Valley, dove fino ad oggi è riuscito a raccogliere qualcosa come 30 milioni di dollari di venture capital.
Nonostante le difficoltà, tuttavia, il fondatore di Funambol crede fermamente nelle potenzialità dei cervelli italiani: “Negli Stati Uniti mi sono accorto subito che i nostri ingegneri sono più bravi degli altri: siamo brillanti, creativi e grandi lavoratori. E poi siamo a buon mercato: i nostri sviluppatori sono in assoluto fra i meno pagati”.
Il sogno di una Silicon Valley qui nel Belpaese, quindi, forse non è poi così remoto: “Le nostre università sono altamente competitive e l’Italia può davvero diventare un centro di eccellenza mondiale nel settore hi-tech. Lo dimostra Funambol”. La speranza di tutti è che Capobianco abbia ragione anche questa volta.

