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Calzature, quattro passi nella crisi

L’Italia è il centro di gravità mondiale della calzatura e il Micam è il grande evento nel quale si celebra l’eccellenza di questo prodotto tricolore. Un’eccellenza fatta da una filiera che, come tante altre, soffre questo momento di crisi; ecco allora che il Micam è un barometro attendibile per verificare “il tempo che fa” sul mondo della scarpa italiana.

L’edizione 2013 ha visto 1.538 aziende espositrici su una superficie di 68mila metri quadrati, visitati da 35.389 persone, a fronte delle 36.049 di marzo 2012. Gli operatori internazionali provenienti da oltre 100 Paesi sono stati 19.181. Ma l’appuntamento milanese non si è svolto sotto i migliori auspici.

L’economia reale non ha il suo spread quotidiano che sta lì a ricordarci quello che avviene nelle imprese e ai lavoratori – ha affermato il presidente di Anci Cleto Sagripanti -. Però i numeri che emergono dal preconsuntivo elaborato da Anci non lasciano dubbi sul momento di difficoltà per il settore. Nonostante i buoni risultati degli anni post crisi, 2010-2011, oggi dobbiamo commentare dati non soddisfacenti in relazione agli sforzi che hanno fatto e stanno facendo le aziende sui prodotti e sugli strumenti commerciali“.

Il quadro che emerge è quindi preoccupante laddove il barometro della congiuntura nel 2012 è tornato a registrare turbolenza: la fase recessiva nazionale ha avuto un impatto sul reddito disponibile, sul clima di fiducia delle famiglie e sugli acquisti, finendo per interrompere il rimbalzo positivo dell’ultimo biennio. Alla contrazione dei consumi nazionali si è aggiunta la frenata, a volte molto brusca, dei mercati Ue, che assorbono ancora il 54% del fatturato estero delle imprese calzaturiere.

Il mercato non aspetta – ha detto ancora Sagripanti, eppure questa convinzione sembrano averla solo le imprese e i lavoratori, se guardiamo ai temi dibattuti in campagna elettorale. L’economia reale, quella che da anni attende risposte sul cuneo fiscale e sull’Irap, sembra essere utile solo quando è fonte di reddito fiscale oppure quando serve a coprire i buchi di bilancio. L’ingovernabilità pesa non soltanto sui mercati finanziari ma anche sulle imprese, e in particolare quelle calzaturiere che da anni attendono risposte efficaci. Il nostro spread lo misuriamo, infatti, nelle cifre negative dell’occupazione, con un calo di addetti di 1.671 unità, pari al -2,1%, rispetto al 2011. Il nostro spread lo misuriamo guardando il trend sfavorevole nel numero di imprese attive, scese a 5.356, ovvero 250 calzaturifici in meno rispetto allo scorso anno. E altre potrebbero non raggiungere la chiusura del bilancio di quest’anno“.

Nonostante il quadro negativo, il settore calzaturiero nel suo complesso dà un contributo importante al Paese: il saldo commerciale nei dati preconsuntivi raggiungerebbe i 3,8 miliardi di euro, con un aumento del 12,6% rispetto al 2011. Ciò è dovuto non solo alla tenuta delle esportazioni, soprattutto trainate dalle vendite nei Paesi extra-UE, ma anche da una forte frenata delle importazioni. A preconsuntivo l’import scenderebbe a 302 milioni di paia per circa 3,8 miliardi di euro con un calo rispettivamente del 15,6% e del 5,3%.

Se l’import rallenta, le stime di preconsuntivo ci offrono uno scenario a luci ed ombre per le esportazioni. È vero che l’export in valore crescerebbe del 2,8% portando il fatturato estero complessivo a oltre 7,6 miliardi di euro, ma in volume le vendite calerebbero di un significativo 6,2%, collocando i flussi complessivi a 214,8 milioni di paia. Un risultato del genere è peraltro il frutto di andamenti più positivi, in valore, del primo semestre rispetto a quelli del secondo semestre, nonostante il dinamismo degli ultimi tre mesi dell’anno. Gli ultimi dati Istat disponibili, che riguardano i primi undici mesi del 2012, dicono che l’incremento si attesta al 3,1% in valore, raggiungendo la cifra record di 7,1 miliardi di euro, pur con una flessione del -6,3% in quantità.

Le imprese – ha detto ancora Sagripantihanno investito di più in creatività e proposte innovative, ma hanno anche saputo integrare all’antico sapere industriale e creativo quello commerciale e di servizio al cliente. Per questo, il settore ha bisogno di supporti maggiori sia sul fronte della defiscalizzazione delle spese di campionario sia sul fronte della promozione. Non dimentichiamoci che per ogni modello pensato è necessario fare un numero di campionari che è almeno pari al numero di mercati in cui esportiamo. Quanto più cresciamo all’estero e tanto più questa voce pesa sul bilancio delle imprese, quanto più siamo creativi e tanto più facciamo i conti con questo costo”. Chi ha orecchie per intendere, intenda

Redazione

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