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Smart working e Pmi, un rapporto difficile

Che lo smart working rischi di diventare una moda più che il vero, nuovo modo di coniugare lavoro, produttività e vita privata? Il rischio c’è almeno stando al movimento che si è registrato prima, durante e dopo la Giornata del Lavoro Agile celebrata la scorsa settimana.

Sono sempre più, infatti, le grandi aziende italiane ed estere presenti in Italia a introdurre politiche di lavoro agile. Di questi giorni sono le uscite di Barilla, Alstom e Siemens, più consolidate e strutturate le esperienze di Vodafone, Microsoft. Tutti grandi nomi, per i quali le dimensioni e la portata del know how tecnologico rendono le politiche di smart working uno sviluppo quasi naturale delle loro policy di HR. Ma le Pmi?

Quello tra Pmi e smart woking, in Italia, è un matrimonio ancora tutto da fare e la cosa non è certo incoraggiante, visto che le piccole e medie imprese sono l’ossatura su cui si regge buona parte dell’economia del nostro Paese. La difficoltà di introdurre nelle Pmi una cultura del lavoro agile è confermata da un’analisi dell’Osservatorio Smart Working della School of Management del Politecnico di Milano.

Secondo i risultati di questa analisi, nelle Pmi italiane, la diffusione dello smart working è ancora molto limitata: oltre una Pmi su due non sa che cosa sia e, se lo conosce, sostiene di non esserne interessata. Solo un misero 5% di piccole e medie imprese afferma di avere un progetto di lavoro agile strutturato. Nel 29% dei casi si è dimostrato interesse e nel 9% qualche forma di lavoro flessibile è stata introdotta in azienda.

L’analisi del Politecnico di Milano ha rilevato l’importanza del ruolo delle funzioni di staff nell’ideazione, avvio e coordinamento dei progetti di smart working. Progetti nella maggior parte dei casi in capo alle funzioni HR (71%) e IT (37%) dell’azienda, con un 60% di casi in cui la funzione Facility Management si trova a gestire fasi rilevanti delle politiche di lavoro agile, pur non essendone la struttura direttamente responsabile. Sorprende, per certi versi, il 66% dei casi in cui sono coinvolte nelle iniziative di smart working le rappresentanze sindacali aziendali.

Un altro fattore che dovrebbe giocare a favore della implementazione di politiche di smart working è la rapidità con cui queste possono essere ideate, organizzate e avviate. Sempre secondo il Politecnico, il 32% delle aziende che si muove verso queste politiche ha iniziato a progettarle l’anno scorso e il 12% nella prima parte del 2015.

Se, dunque, nelle piccole e medie imprese lo smart working fatica a prendere piede tanto per ragioni strutturali quanto culturali, nelle aziende più grandi si registra invece un interesse più forte. L’analisi del Politecnico rileva che solo il 3% delle imprese è disinformato, il 12 è disinteressato, il 37% è interessato ma non ha progettato o attivato iniziative. Elevato il numero delle imprese che, invece, sono già avviate sulla strada del lavoro agile: quasi 1 su 2, e di queste il 17% lo ha fatto in modo strutturato, un altro 17% in modo informale e il 14% ha avviato progetti di lavoro agile.

Redazione

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