Lo Standupificio: perdere un lavoro significa ricominciare da sé

La perdita di un lavoro è un dramma personale prima che sociale. Spesso, chi resta disoccupato è solo con se stesso ad affrontare ansie, paure, frustrazione e depressione. Ricadute psicologiche pesanti, alle quali prova a dare risposte lo Standupificio, un progetto unico e prezioso, ideato e promosso dall’associazione Dentro un quadro. Un progetto del quale ci parla Serena Basile, psicologa e psicoterapeuta, presidente dell’associazione, che allo Standupificio dedica tempo, risorse ed energia insieme ad altri colleghi.

Quando è nato lo Standupificio?
Lo Standupificio è nato nel 2015, lanciato il 30 novembre alla Casa dei Diritti del comune di Milano, che ci ha concesso l’utilizzo gratuito della propria sede perché l’iniziativa è stata patrocinata dal comune. È nato in seguito a un convegno organizzato nella Casa sul tema del disagio da disoccupazione. Successivamente siamo entrati nel progetto ArtePassante, finanziato dalla Fondazione Cariplo e la cui capofila è l’Associazione Le Belle Arti, del quale facciamo parte come “rappresentanti” della cultura psicologica. Un bel riconoscimento da parte di Le Belle Arti, sensibili al disagio e alla drammaticità della fase socioeconomica che stiamo vivendo.

In che cosa consiste?
Oggi è un appuntamento mensile che permette ai cittadini che versano in una condizione di disagio di acquisire semplici strumenti di autoaiuto attraverso percorsi psicoeducativi gratuiti.

Perché è nato?
I numeri sulla disoccupazione in Italia sono mostruosi e, di conseguenza, è molto diffuso il disagio da disoccupazione. Un disagio che, dal punto di vista psichico, ha delle connotazioni ben precise, indicate anche dalla letteratura scientifica: chi è a casa disoccupato da più di 6 mesi tende a sviluppare ansia, depressione, si orienta al ritiro sociale, all’isolamento. Addirittura la perdita del lavoro è indicata tra i fattori di rischio del disturbo post traumatico da stress. Non parliamo quindi di un evento da poco, parliamo di un fatto che ha degli effetti psichici devastanti, con ricadute sulla salute fisica e conseguenti costi sociali.

Chi ha perso un lavoro sa di essere a rischio?
Negli ultimi anni io personalmente ho avuto a che fare molto spesso con casi di persone rimaste senza lavoro, dalle quali mi sono sentita dire: “Io non ho alcun disagio psichico, se a me dai un lavoro io sto bene”. Vedi, è un po’ come elaborare un lutto: come nel caso della perdita di una persona cara, così come con la perdita del lavoro. Magari chi è rimasto disoccupato, questo non lo sa, ed ecco che lo psicoterapeuta può essergli di aiuto.

E lì entra in gioco lo Standupificio…
Pensando al progetto, noi psicoterapeuti che poi lo abbiamo creato ci siamo detti che la cosa migliore, nel caso di chi ha perso un lavoro, è ricominciare da sé. “Che contributo possiamo dare?”, ci siamo chiesti. Ed ecco che abbiamo fatto nascere lo Standupificio, neologismo dall’inglese “to stand up”, rialzarsi: luogo in cui offriamo alle persone dei percorsi psicoeducativi gratuiti, sempre gestiti da psicoterapeuti dell’Associazione, che hanno l’obiettivo di aiutare persone rimaste senza lavoro a sviluppare consapevolezza del proprio disagio specifico per poi focalizzarsi sulle proprie risorse personali e sviluppare strumenti di auto aiuto.

In che modo?
L’esperienza psicoeducativa che proponiamo con Standupificio nasce da una rassegna della letteratura scientifica sull’argomento e gode di saperi mutuati dalla psicoterapia cognitivista e cognitivo comportamentale. Il percorso prevede una focalizzazione su sensazioni, emozioni e pensieri connessi con la perdita del lavoro: non escludiamo di apportarvi modifiche, stiamo raccogliendo e analizzando dati clinici e di efficacia proprio per questa ragione.

Vedremo domani chi si rivolge allo Standupificio, quali paure ha e come può essere aiutato a vincerle.

Direttore

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