Prima di rispondere alla domanda “Chi sono i lavoratori autonomi con partita IVA”, definiamo cos’è il lavoro autonomo. Ovvero una collaborazione in cui un soggetto svolge un servizio o realizza un’opera a favore di un cliente/committente, in assenza di qualsiasi vincolo di subordinazione e in cambio di un corrispettivo economico. Quindi, chi riceve la commissione della prestazione lavorativa è libero di compierlo nel modo che ritiene più opportuno e nei tempi e luoghi che preferisce.
Solitamente, i lavoratori autonomi svolgono la propria attività in regime di partita IVA, tuttavia, ci sono anche quelli che non sono obbligati a farlo. In un precedente articolo, abbiamo proprio analizzato chi sono i lavoratori autonomi che possono lavorare senza partita IVA.
Quando il lavoro autonomo è svolto in modo abituale e continuativo, quindi regolare, ricorre l’obbligo di apertura di partita IVA.
Lavoratore autonomo e committente non sono obbligati a stipulare un contratto in forma scritta, tuttavia, spesso si procede alla compilazione di un ordine di lavoro o contratto di prestazione d’opera che viene firmato da ambo le parti. Questo, perché in caso di contenzioso la presenza del predetto documento diventa probatorio.
Tuttavia, per esserlo è opportuno che indichi la descrizione dettagliata dell’opera prestata o del servizio richiesto, i tempi di consegna degli strumenti necessari alla progettazione e realizzazione dell’opera, il corrispettivo economico pattuito, i tempi di pagamento, le date e le modalità d’accesso e i tempi di consegna del lavoratore. Nel caso di consulenza professionale, la situazione è ovviamente diversa.
Il lavoratore autonomo con partita IVA che ha prestato il servizio o realizzato un’opera deve emettere fattura al cliente. Quest’ultima indicherà non solo il compenso pattuito, ma anche la rivalsa IVA e la ritenuta d’acconto IRPEF.
I redditi dei lavoratori titolari di partita IVA sono classificati a livello fiscale come redditi da lavoro autonomo e tassati in sede di dichiarazione dei redditi secondo il principio di acconto e saldo, applicando le aliquote progressive previste a seconda degli scaglioni di reddito.
Il titolare di partita IVA, inoltre, è obbligato alla registrazione delle fatture su appositi registri, alla liquidazione trimestrale e/o mensile dell’IVA, nonché alla relativa liquidazione
annuale.
I regimi fiscali previsti dalla Legge di Bilancio 2021 per i lavoratori autonomi che svolgono la propria attività attraverso la partita IVA sono tre: ordinario, forfettario e semplificato.
In linea di massima, il regime ordinario non costituisce un’opzione per chi avvia una propria attività, in quanto, esso prevede un alto fatturato con una contabilità complessa e la tenuta obbligatoria di diversi registri da presentare alle autorità.
Detto questo, possiamo affermare che l’adesione al regime forfettario rappresenta la scelta migliore per il lavoratore autonomo che presta un servizio o un’opera. Infatti, è destinato agli operatori economici di ridotte dimensioni con grandi semplificazioni ai fini IVA e a quelli contabili.
Il regime forfettario prevede un’aliquota fissa al 15% sul reddito imponibile per chi non supera i 65.000 euro, che si abbassa al 5% per i primi cinque anni di attività, ma solo per chi rientra nei requisiti. Si tenga conto, che il reddito imponibile è dato dal fatturato annuo a cui vengono sottratti i contributi previdenziali versati e una percentuale fissata in base al Codice ATECO per le spese.
Per l’approfondimento: Regime forfettario 2021: cosa cambia rispetto all’ordinario? – Regime forfettario 5%: requisiti e costi nel 2021
I lavoratori autonomi titolari di una partita IVA sono tenuti al versamento dei contributi. Se parliamo di liberi professionisti, molti di loro sono iscritti alle casse previdenziali di settore e pagano i contributi secondo le regole e le aliquote contributive stabilite dalle singole casse.
Per i lavoratori autonomi possessori di partita IVA che non hanno una propria cassa di previdenza di categoria, devono versare i contributi alla Gestione Separata INPS.
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