Con il contratto di espansione, che è stato introdotto in via sperimentale con il Decreto Crescita, le aziende con almeno 100 addetti possono risolvere consensualmente il rapporto di lavoro con i dipendenti a patto di attivare uno scivolo pensionistico. Nell’ambito dei percorsi di riorganizzazione e di reindustrializzazione, infatti, le imprese possono licenziare i dipendenti a patto di garantire loro il pagamento di un’indennità che, assimilabile ad una pensione anticipata, ha una durata pari ad un massimo di 60 mesi.
Salvo proroghe e conseguenti modifiche a livello legislativo, attualmente lo scivolo pensionistico, grazie ai contratti di espansione, è possibile nel rispetto delle condizioni previste fino al mese di novembre del 2021. Si tratta, nello specifico, di una scadenza entro la quale l’impresa, con il dipendente prossimo o comunque vicino alla pensione, può concordare la risoluzione consensuale del rapporto di lavoro.
Il contratto di espansione, quindi, è una misura di esodo aziendale che, ai fini pensionistici, tutela il lavoratore con un’indennità che è sostanzialmente di accompagnamento verso la successiva maturazione dei requisiti di accesso alla pensione anticipata oppure a quella INPS di vecchiaia. Inizialmente previsto per le aziende con oltre 1.000 dipendenti, e poi con minimo 250 dipendenti, attualmente, come sopra accennato, il contratto di espansione è una misura che è accessibile anche da parte delle aziende con almeno 100 dipendenti.
Nell’ambito di accordi tra i datori di lavoro e le organizzazioni sindacali, l’accesso al contratto di espansione è subordinato all‘esplicito consenso da parte del lavoratore. Inoltre il dipendente deve essere iscritto all’FPLD, ovverosia al Fondo pensioni lavoratori dipendenti, oppure ad altre forme sostitutive o esclusive dell’AGO che è l’Assicurazione Generale Obbligatoria gestita dall’INPS.
In più, per accedere ai contratti di espansione, i lavoratori devono trovarsi a livello previdenziale a non più di 60 mesi dalla maturazione dei requisiti per l’accesso alla pensione anticipata oppure alla prestazione INPS di vecchiaia. Rispettate tutte queste condizioni, il dipendente che accetta il contratto di espansione riceverà fino ad un massimo di 60 mesi l’indennità mensile che è pagata dall’INPS ma che è finanziata dall’azienda.
Il contratto di espansione, quindi, è attualmente una delle opzioni per la flessibilità in uscita dei lavoratori da accompagnare alla pensione mentre l’impresa, a sua volta, con il consenso del dipendente può far leva su questo strumento per agevolare e per accelerare il ricambio generazionale. Con il dipendente che, stipulando il contratto di espansione, riceverà l’indennità mensile fino a quella che sarà la prima data utile per l’accesso alla pensione anticipata o di vecchiaia come sopra accennato.
L’indennità mensile riconosciuta, tra l’altro, è cumulabile pure con altri redditi da lavoro dipendente e da lavoro autonomo o da libera professione. Così come all’accompagnamento quinquennale alla pensione, grazie ai contratti di espansione, possono accedere non solo i dipendenti che sono stati assunti a tempo indeterminato, ma anche i dirigenti ed i lavoratori con il contratto di apprendistato.
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