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Criptovalute e tassazione: come si inseriscono nella dichiarazione dei redditi?

Il mondo delle criptovalute ha preso piede anche in Italia da diversi anni, con un giro d’affari cresciuto in modo esponenziale. Il bitcoin è la criptovaluta più conosciuta, soprattutto per le sue “pazze” oscillazione con riferimento al valore nei mercati. E’ sufficiente pensare che il 14 aprile 2021 veniva scambiato a un massimo di giornata di 64.862 euro e dopo appena tre mesi circa (23 giugno) a 28.843 euro. Stiamo parlando di un crollo della quotazione del 55% circa, qualcosa di inimmaginabile in qualsiasi mercato controllato. Ma c’è di più, perché in poche ore, questa criptovaluta è stata capace di subire oscillazioni anche del 30%.

Premesso ciò, non tutte le criptovalute subiscono oscillazione di tale entità percentuale nell’arco di un determinato periodo, ma è altrettanto vero che si tratta pur sempre di un vero e proprio mercato di scommesse privo di ogni controllo. Detto ciò, c’è da dire che rispetto ad altri tipi di investimenti, il mondo della tassazione è molto complicato, ma cercheremo di fare quanto più chiarezza possibile.

La normativa fiscale sulle criptovalute

Fino a poco tempo fa, la normativa fiscale sulle criptovalute non si mai basata su una fonte univoca, nessuna legge ben specifica approvata dal Parlamento, ma solo opinioni espresse dall’Agenzia delle Entrate e sentenze emesse da tribunali. Il tutto, ha provocato un vero e proprio caos, visto le troppe e diverse interpretazioni, soprattutto online, che hanno creato confusione e incertezza sulla tasse da pagare anche per i piccoli investitori. Chi compra e vende criptovalute non conosce nemmeno gli obblighi da rispettare e quindi, non sa se si trova in una posizione di irregolarità nei confronti del Fisco.

Criptovalute: tassazione e dichiarazioni dei redditi

Finalmente (non è mai troppo tardi), il MeF nelle ultime settimane ha chiesto all’Agenzia delle Entrate si intensificare i controllo sui possessori delle criptovalute, bitcoin compresi, al fine di fare più chiarezza sulla situazione fiscale.

E’ bene evidenziare che i controlli sulle transazioni delle criptovalute possono essere effettuati solo su coloro che le hanno effettuate all’interno di piattaforme di scambio, avvalendosi dei cosiddetti exchange, siti che consentono di operare scambi di denaro corrente in criptovalute.

Il problema si verifica quando le piattaforma utilizzate online dai piccoli investitori e non solo, sono straniere e non assolvono agli adempimenti di legge rispetto alla comunicazione degli scambi all’Agenzia delle Entrate. Ciononostante, chi possiede Bitcoin o altre valute digitali, deve comunque ottemperare agli obblighi dichiarativi.

Come funziona la tassazione e gli obblighi verso il Fisco

Con riferimento all’investitore che risiede fiscalmente in Italia, il primo obbligo rispetto alle criptovalute è quello di dicharazione. L’Agenzia delle Entrate deve essere informata sul valore del proprio portafoglio in criptovalute tramite la dichiarazione dei redditi.

Ma esiste anche un secondo obbligo riguardante le eventuali plusvalenze realizzate tramite le transazioni effettuate di valute digitali. A tal proposito, il contribuente è tenuto a farne la dichiarazione e a pagare l’aliquota relativa.

Quando un portafoglio in criptovalute è superiore a 51.645 euro per un lasso temporale superiore ai sette giorni, l’aliquota da applicare sul guadagno è pari al 26%. Scendendo sotto la soglia appena citata, resta l’obbligo di introdurre gli investimenti effettuati in criptovaluta all’interno del quadro RW della dichiarazione dei redditi.

E’ necessario sottolineare che si è tenuti all’indicazione di dichiarazione solo se le valute virtuali sono detenute in un wallet con residenza fiscale all’estero. Invece, la denuncia non è necessaria se la detenzione di criptovalute avviene privatamente o utilizzando un portafoglio elettronico privato.

Perché in Italia no?

In altri importanti Paesi europei, Regno Unito compreso, ma anche negli Stati Uniti esistono delle specifiche leggi in materia, mentre in Italia è stata fatta la discutibile scelta di estendere l’imposizione fiscale sulle valute estere alle criptovalute. A complicare la situazione fiscale è il fatto dovuto al possesso di criptovalute utilizzate come investimento piuttosto che come moneta.

Un altro grave problema è rappresentato dalla tracciabilità delle transazioni, infatti, il MeF ha richiesto di effettuare maggiori controlli agli organi di controllo. Tuttavia, se le operazioni non vengono scambiate in una banca tradizionale, tutto si complica. Come già ribadito, quando le transazioni vengono compiute sulle piattaforme di scambio, l’anonimato degli intestatari è quasi garantito.

Di fatto, persiste l’obbligo di dichiarazione attraverso la compilazione del quadro RW del modello unico persone fisiche, ma in realtà non esiste nemmeno una vera e propria sanzione per chi non lo fa. Per tutto quanto detto fino ad ora, non resta che legiferare in modo specifico in materia di criptovalute.

Criptovalute nascoste

La definizione del termine ci viene incontro, cripto significa rendere qualcosa nascosto tramite un codice o una chiave informatica, mentre valuta indica uno strumento di cambio di valore. La detenzione delle valute virtuali avviene esclusivamente del wallet (protafoglio digitale) in quanto non esistono in forma fisica. Tra l’altro, le criptovalute non hanno corso legale e vivono in u mercato non regolamentato. E’ proprio quest’ultima peculiarità a determinare, spesso, una volatilità esagerata nelle quotazioni che non può che rendere le criptovalute strumenti speculativi.

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Carmine Orlando

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