Si parla di dichiarazione dei redditi infedele, quando il reddito indicato è minore rispetto a quello reale, oppure se le passività indicate sono maggiori di quelle effettive. Se ciò dovesse verificarsi, a prescindere dalla buona fede o da un errore da parte del contribuente, lo Stato prevede sanzioni amministrative o addirittura, per casi estremi, la reclusione.
La dichiarazione è infedele quando gli errori compiuti dal contribuente gli consentono di pagare meno tasse di quelle dovute. La cosa si concretizza se sussiste anche uno dei casi seguenti:
Il reato si configura in situazioni estremamente gravi, tanto che il contribuente può essere condannato con la reclusione da 1 a 3 anni. Per essere più precisi, il contribuente può essere perseguito penalmente se si verificano contemporaneamente due condizioni:
Diversamente, ossia se l’evasione fiscale accertata resta sotto le suddette soglie, la dichiarazione infedele non è perseguibile penalmente, ma resta soggetta alle sanzioni amministrative.
Scartata l’ipotesi di reato, per una dichiarazione infedele compiuta dal contribuente, sono previste delle sanzioni amministrative:
Qualora la maggiore imposta o il minor credito sono inferiori al 3% dell’imposta o del credito dichiarati, oppure comunque inferiori a 30.000 euro, la sanzione amministrativa si riduce di un terzo, ma mai inferiore al limite minimo previsto per dichiarazione infedele, ovvero 200 euro.
Per correggere gli errori commessi in sede di dichiarazione dei redditi, il contribuente può fare due cose:
E’ importante sottolineare che si può ricorrere al ravvedimento operoso e fruire della riduzione della sanzione, solo nel caso in cui la violazione non sia già stata contestata dall’Agenzia delle Entrate, quindi, prima dell’eventuale accertamento dell’illecito compiuto a seguito di verifiche e ispezioni da parte del Fisco.
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