Di più e meglio: lavorare a casa rende

Alessia Mosca del Partito Democratico, Barbara Saltamartini del Nuovo centrodestra, Irene Tinagli di Scelta Civica hanno depositato lo scorso 29 gennaio la proposta di legge che regolamenta lo Smart Working (“Norme finalizzate alla promozione di forme flessibili e semplificate di telelavoro”) nei CCNL (contratti collettivi di lavoro di qualsiasi livello), con specifico accordo economico, strumenti informatici e obblighi di sicurezza su misura, perché come si legge nella proposta «il futuro del lavoro passa per la flessibilità» di orari e sede.

Lo Smart Working viene definito dal comma 2 «prestazione di lavoro subordinato» che si svolge con le seguenti caratteristiche: prestazioni fuori azienda fino al 50% dell’orario annuale, eventuale uso di strumenti informatici e/o telematici per l’attività, niente obbligo di postazione fissa nei periodi di lavoro fuori azienda e il compenso non può essere inferiore a quello previsto per gli altri lavoratori subordinati, a parità, ovviamente, di mansioni.

Nonostante i benefici dello Smart Working siano ormai cosa nota, aumento medio della produttività del 5,5% e risparmi per l’azienda in costi diretti fino a 10 miliardi di euro, la flessibilità nell’orario di lavoro nel nostro Paese è concessa nel 25% delle PMI, e offerta solo nel 10% dei casi.

Jacopo MARCHESANO

Smart working, i tanti perché di un modello da provare

di Davide PASSONI

Quanti di voi hanno mai provato a lavorare da casa? Non parliamo di liberi professionisti o di persone che, per la natura del lavoro che svolgono, possono farlo in mobilità da qualsiasi posto si trovino… Parliamo di lavoratori dipendenti, nel pubblico o nel privato, che chiedono alla propria azienda di andare incontro ad loro esigenze specifiche, permettendo di lavorare alcuni giorni della settimana dalla propria abitazione.

Ebbene, chi lo ha provato può testimoniare quanto sostengono studi e ricerche in merito: il cosidetto “home working” o, meglio ancora, “smart working”, è una tipologia di telelavoro che consente all’azienda e al lavoratore di risparmiare (tempo e soldi) e, a quest’ultimo, di essere più produttivo. In sostanza, un doppio beneficio, sia per l’impresa sia per il dipendente.

Chi lavora a casa non è stressato dal tragitto casa-lavoro, ha una maggiore capacità di concentrazione, rende di più e meglio anche in virtù del fatto che, in questo modo, il legame di fiducia che lo lega all’azienda è ancora più forte, almeno quanto il desiderio di ripagare questa fiducia. E ciò, dicono gli studi, sia nel privato sia – udite udite – nel pubblico.  A dispetto di quanto tanti maligni pensano.

Ecco perché, allora, alla fine di gennaio è stata depositata in Parlamento una proposta di legge, trasversale agli schieramenti, per regolamentare lo smart working. Non è un caso che ad elaborare la proposta siano state tre deputate donne: proprio tra le esponenti del gentil sesso è infatti maggiormente sentito il bisogno di conciliare vita e lavoro. Vero è, però, che anche tanti imprenditori si rendono conto dei benefici e della qualità che il lavoro da casa da alla qualità di quanto una persona realizza.

E allora, per quale motivo regolamentare con una legge una modalità di lavoro che, almeno sulla carta, sembra dare benefici a tutti e che, proprio per questo, dovrebbe uscire quasi naturale in Paese normale? Qualche idea, noi di INFOIVA, ce l’abbiamo, ma preferiamo siano i protagonisti a esprimersi: saremmo troppo parziale e anche un po’ cattivelli se dicessimo quello che pensiamo analizzando la situazione del mercato del lavoro oggi in Italia, Paese non proprio normale…