Le pensioni anticipate del passato una rovina, dal 2023 si cambia

lavoro stagionale

Se c’è un esperto di pensioni in Italia, uno che da tempo è addentrato nel sistema, questo è senza ombra di dubbio Alberto Brambilla. Si tratta del Presidente del Centro Studi Itinerari Previdenziali. Diverse altre volte in passato, Brambilla ha parlato di pensioni arrivando più volte a proporre misure e soluzioni. Proposte queste, atte a rispondere alle esigenze di riforma della previdenza sociale. Stavolta il Presidente del Centro Studi Itinerari Previdenziali interviene a gamba tesa criticando le vecchie riforme e suggerendo politiche idonee ad una profonda riforma.

Perché sulle pensioni in passato tutto è stato sbagliato

Alberto Brambilla stavolta passa ad attaccare le riforme previdenziali del passato, arrivando a parlare di stretta per la nuova riforma che dovrebbe partire dal 2023. Quando si parla di stretta in materia previdenziale, le notizie non sono positive. Stretta significa limitare le uscite troppo anticipate, inasprire ulteriormente le misure pensionistiche, già oggi aspre.

“Basta con le pensioni anticipate” è ciò che si legge sul quotidiano il Messaggero e sono le parole di Alberto Brambilla, che parla di rovina dell’Italia proprio in riferimento alle vecchie riforme. Secondo il Presidente di Itinerari Previdenziali, è da ricercare nelle pensioni anticipate troppo facili la colpa di un sistema non propriamente virtuoso dal punto di vista della sostenibilità.

In sostanza, per via delle pensioni troppo facilmente erogate in passato, il sistema sta scoppiando e i giovani di oggi dovranno lavorare sempre di più in futuro per accedere alla pensione.

L’analisi del Centro Studi Itinerari Previdenziali, uno spaccato desolante del sistema

L’analisi del Centro Studi Itinerari Previdenziali di cui Brambilla è Presidente, parla di un trentennio disastroso. Infatti il disastro sulle pensioni nasce tra il 1965 ed il 1997, con tanti, forse troppi lavoratori mandati in pensione troppo presto. È il caso delle pensioni con 14 anni 6 mesi ed un giorno di lavoro, appannaggio storicamente delle lavoratrici statali con figli a carico e sposate. Le cosiddette baby pensioni che tante critiche hanno riscosso in passato.

L’analisi di Itinerari Previdenziali è piuttosto approfondita e si estende anche a chi in quei 30 anni riusciva ad andare in pensione con solo 19 anni  6 mesi ed un giorno di lavoro o con 25 anni di contributi (per esempio i lavoratori degli enti locali).

Eloquente come funzionava il sistema fino al 1981, quando si andava in pensione con la quiescenza di anzianità a 50 anni di età.

Un impatto devastante anche sulle pensioni di oggi

L’impatto di queste misure così vantaggiose come uscite dal lavoro si manifesta ancora oggi, perché stando al dossier che presto Itinerari Previdenziali presenterà in Senato, i numeri sono eloquenti.  Oggi a carico dello Stato ci sono ancora 476mila pensioni che vengono pagate da 44/46 anni. Una enormità per il sistema, un peso enorme per le casse dello Stato. Si mette in luce il fatto che in passato le pensioni venivano usate come ammortizzatori sociali, ma gravando sulla spesa previdenziale.

E ritorna in mente l’annoso problema relativo al dividere l’assistenza dalla previdenza. Infatti quando si calcola la sostenibilità del sistema, oppure la spesa pubblica per le pensioni, dentro il calderone finiscono anche le misure assistenziali, che sono un’altra cosa.

Secondo Brambilla le pensioni per essere sostenibili e per essere eque non dovrebbero essere pagate ai beneficiari per più di 25 anni (se non addirittura 20).

 

Cosa andrebbe fatto secondo Itinerari previdenziali sulle pensioni

I conti sono presto fatti se per Brambilla il periodo massimo in cui lo Stato può accollarsi l’onere di pagare la pensione ad un lavoratore è tra i 20 ed i 25 anni. Bisogna calcolare la vita media degli italiani. Evidente che la pensione non può certo essere erogata prima dei 60 anni e forse nemmeno a 61 o 62 anni.

Secondo Itinerari Previdenziali infatti, oggi in Italia si va in pensione troppo presto mediamente, intorno ai 62 anni e mezzo di età. Negli altri Paesi invece la soglia è vicina ai 65 anni.  Come dire, la pensione con opzione donna a partire dai 58 anni di età o quella che parte dalla stessa età per i militari, non potranno che essere debellate dal nostro ordinamento.

Una rivisitazione completa del sistema che guarda in su come età pensionabile quindi, con buona pace di chi chiedeva vie di uscita ad anagrafica inferiore. Un duro colpo anche per i sindacati, che il 15 febbraio saranno impegnati al tavolo con il governo per parlare proprio di pensioni. Immaginare oggi che il governo possa dire di si ad una ipotetica quota 41 per tutti o ad una altrettanto ipotetica flessibilità dai 62 ani è assolutamente azzardato.

Soprattutto alla luce di questa analisi del Centro Studi Itinerari Previdenziali del Presidente Alberto Brambilla.

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Sindacalista, operatore di Caf e Patronato, esperto in materia previdenziale, assistenziale, lavorativa e assicurativa. Da 25 anni nel campo, appassionato di scrittura e collaboratore con diversi siti e organi di informazione.