Qual è il presupposto oggettivo dell’Ires?

Al pari dell’Irpef, che è una tassa che viene applicata in Italia sul reddito delle persone fisiche, nel nostro Paese c’è una tassa che, avente sostanzialmente le stesse caratteristiche, viene applicata a carico delle imprese. Si tratta, nello specifico, di un’imposta che è proporzionale e che è chiamata Ires, una sigla che sta per imposta sul reddito delle società. L’Ires è, nello specifico, una tassa che viene applicata, con una determinata aliquota, sui profitti che vengono conseguiti in Italia dalle società. Ma detto questo, qual è il presupposto oggettivo dell’Ires?

Ecco qual è il presupposto oggettivo dell’Ires, imposta sul reddito delle società

Il presupposto oggettivo dell’Ires è legato al possesso, da parte di un’impresa, di redditi in denaro oppure in natura. Con tutti questi redditi che, qualunque sia la loro fonte di provenienza, sono considerati redditi d’impresa. E quindi soggetti a tassazione attraverso l’imposta sul reddito delle società.

Questo vale, per esempio, per le società di capitali e per gli enti commerciali residenti. Ma anche per enti non commerciali e per le società di capitali che, pur non essendo residenti in Italia, hanno sul territorio dello Stato italiano una stabile organizzazione.

Il presupposto oggettivo dell’Ires prevede l’applicazione delle tasse sui redditi a tutte le persone giuridiche che, soggette all’imposta, sono residenti in Italia. E questo senza alcuna distinzione a livello geografico. In altre parole, l’Ires su tutti i redditi dell’impresa residente in Italia scatta sempre indipendentemente dal luogo di produzione dei beni o dell’erogazione dei servizi. Mentre le persone giuridiche non residenti sono tenute al pagamento dell’Ires limitatamente a tutti i redditi che sono prodotti in Italia.

Presupposto oggettivo Ires anche in caso di esterovestizione

Tra la residenza in Italia e la residenza al di fuori dei confini nazionali, ai fini dell’applicazione dell’Ires, c’è pure una via di mezzo che è rappresentata dalla cosiddetta esterovestizione, e che presenta fini elusivi. In tal caso, infatti, si parlerà di società esterovestite per le quali l’Amministrazione Finanziaria applicherà sempre la presunzione legale relativa di residenza fiscale in Italia.

In altre parole, una società identificata come esterovestita sfugge al pagamento dell’Ires se e solo se è in grado di dimostrare di non essere tale. Altrimenti sarà considerata una società avente all’estero, ed in maniera fittizia, la residenza fiscale con il chiaro intento di avvalersi di un regime fiscale che è agevolato rispetto a quello nazionale. Quando invece, in tutto e per tutto, persegue in realtà in Italia il suo oggetto sociale.

L’Ires è una tassa per molti ma non per tutti, ecco chi è esente dall’imposta sui redditi

In qualità di imposta proporzionale, l’Ires è comunque una tassa che include una larga casistica di esenzione. Prima di tutto, in Italia non sono soggetti all’Ires i comuni, le province, le regioni, le comunità montane nonché tutti gli organi organi e tutte le amministrazioni dello Stato italiano. Tra gli altri, non sono soggetti all’imposta Ires nemmeno i consorzi tra gli enti locali, e numerose realtà dell’associazionismo come, per esempio, le associazioni di donatori volontari di sangue.

Reddito delle imprese di nuovo in crescita

La crisi se ne sta lentamente andando e qualcosa si comincia a vedere anche nei risultati delle imprese.
Guardando, ad esempio, i risultati ottenuti nel 2015, è evidente che sono cresciuti sia il reddito dichiarato a fini fiscali sia le relative imposte versate dalle società di capitali, mentre l’Irap registra un calo di gettito di oltre il 20% grazie alla deducibilità integrale del costo del lavoro introdotta quell’anno.

Dai dati emanati dal ministero dell’Economia emerge che le dichiarazioni Ires delle società di capitali nel 2015 sono state 1.146.097 (l’88% delle società è a responsabilità limitata), con una crescita del 2,1% sul 2014.
Il 63% ha dichiarato un reddito d’impresa rilevante a fini fiscali (era il 61% un anno prima) il 31% ha dichiarato una perdita (era il 33%) e il 6% un pareggio. Il 57,9% delle società ha poi effettivamente versato le imposte, mentre il 42 non ha versato o è a credito.

Il reddito fiscale dichiarato, che è pari a 162,6 miliardi di euro, è cresciuto in media del 4,7%, che tocca il 6% nelle regioni del Nord-Ovest, grazie soprattutto al settore manifatturiero (il reddito passa da 42 a oltre 48 miliardi) e al commercio all’ingrosso e al dettaglio (il reddito fiscale cresce da 20 a 23 miliardi).

Ma non è tutto positivo, perché l’ammontare della perdita fiscale, pari a 52,4 miliardi di euro, subisce un incremento del 4,8% a fronte di una riduzione del numero dei soggetti che la dichiarano (-4,3%). L’imponibile dichiarato dalle società di capitali è stato di 125,5 miliardi, con un incremento del 2,5% sull’anno precedente, mentre le imposte versate sono state pari a 31,4 miliardi.
Le società che sono assoggettate a tassazione ordinaria dichiarano un’imposta netta pari a circa 21,4 miliardi (+1,4%), mentre i gruppi societari che hanno optato per il regime consolidato dichiarano un’imposta netta di circa 13 miliardi (+4,8%).

Per quanto riguarda coloro che hanno presentato la dichiarazione Irap, sono 4.331.836, in calo del 2,9%. L’imposta dichiarata è stata di 23 miliardi, in flessione del 22,4%, con un valore medio di 8.650 euro.
Questa contrazione dipende dall’introduzione del regime forfettario per le persone fisiche e le società di persone.
Il 2015 ha segnato anche l’exploit della deduzione Ace, per un valore totale di 18,9 miliardi e un ottimo avvio del super-ammortamento, con 86.400 richieste per 279 milioni in solo un mese e mezzo.

Vera MORETTI