Scarpe di lusso: sempre più difficile produrle in Italia

rossetti

L’Italia è conosciuta nel mondo soprattutto per la moda, anche quando riguarda le calzature.
Non a caso, i marchi più amati e conosciuti al mondo vedono la luce tra i nostri confini nazionali.
Qualche nome? Si comincia da Fratelli Rossetti, Santoni e Ballin, per arrivare a Roger Vivier, Church’s e Fabi. Tutti i primi della classe arrivano da qui.

La maggior parte dei produttori di calzature di alta gamma ha il suo quartier generale tra le Marche, la Toscana e la Lombardia, dove sono presenti i più importanti distretti del settore.
Qualità della lavorazione, unita alla tradizione italiana che passa di generazione in generazione, rendono impensabile delocalizzare la produzione, anche se ultimamente la vita di chi produce calzature sta diventando particolarmente faticosa.

Il motivo principale è che operare in Italia comporta una serie di costi e obbliga le aziende a sottostare ad un regime di pressione fiscale che sta rendendo la situazione quasi insostenibile.

Tra gli svantaggi del produrre in Italia, Diego Rossetti ha individuato anche “il talvolta elevato costo del lavoro, la fiscalità stringente e lo scarso accesso a capitali per il debutto di aziende/designer emergenti oppure per sostenere le politiche di crescita internazionali; parliamo quindi di svantaggi legati a un contesto e non di specifici difetti intrinseci al sistema della calzatura“.

Cleto Sagripanti, presidente di Assocalzaturifici, ha inoltre aggiunto: “Se dopo tanti anni non siamo ancora riusciti ad approvare un regolamento comunitario sulla etichettatura “made-in” significa che manca una visione strategica sul mercato europeo. Oggi, pur in Paesi dell’Unione che vedono i consumi crescere, la domanda è in mano a importatori che speculano su prodotti a basso prezzo e a bassa qualità con margini enormi e senza che il consumatore ne sia informato. Non siamo contro la delocalizzazione, siamo contro chi delocalizza nascondendosi dietro l’assenza di regole e quindi senza la necessità di dichiarare dove viene fatta la produzione. Anche nel nostro continente si rischia di innescare una battaglia di puro prezzo che finisce per rendere insostenibile la produzione in Europa anche per la fascia alta del mercato, perché il consumatore non è in grado di sapere ciò che è prodotto fuori dai confini europei“.

Ad oggi, l’83% delle calzature di alta gamma prodotte in Italia viene venduto all’estero, e, se quindi fuori dai confini nazionali la crescita è continua, tra le mura domestiche sta diminuendo sempre di più, e questa non è una buona notizia, neanche a fronte degli ottimi risultati che arrivano dall’export, perché, come ha spiegato Sagripanti: “senza una domanda interna qualificata, la stessa industria nazionale finisce per perdere uno degli elementi distintivi che hanno marcato il suo successo all’estero“.

Per ora, è stato rilevato che le esportazioni, per l’anno 2013, hanno registrato un aumento del 5,6%, con un volume d’affari assestato intorno al 2,6%.
Le vendite sono andate bene dovunque, anche tra i Paesi Ue, con exploit della Francia (+9,5%) e della Germania (+1,8) in recupero rispetto agli anni precedenti,

Vera MORETTI