In pensione quando decide il lavoratore, la nuova possibilità con 20 anni di contributi

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Andare in pensione liberamente, senza attendere la troppo elevata età prevista dalla normativa  vigente. È tra gli obbiettivi programmatici e strategici del governo, nello specifico del Ministero del lavoro. Questa soluzione è definita in gergo tecnico “flessibilità in uscita”. Ne parlano in molti e da tempo, ma la flessibilità in un sistema come il nostro, ormai pressoché totalmente contributivo, non può farne a meno.

Flessibilità in uscita e sistema contributivo devono andare di pari passo. Infatti non esiste al Mondo un sistema che liquida le pensioni in base ai contributi versati, che non dia al lavoratore la libera scelta di quando lasciare l’attività e pensionarsi.

In pensione quando decide il lavoratore

A quale età lasciare il lavoro è argomento centrale sia nelle discussioni da bar che nelle discussioni istituzionali. La riforma delle pensioni è argomento centrale per l’operato dell’esecutivo Draghi. Anche i sindacati più volte hanno richiesto la flessibilità come fattore principale da inserire in una profonda riforma delle pensioni. In pensione quando decide il lavoratore diventa quindi una priorità.

Il sistema contributivo è abbastanza semplice. Un lavoratore durante la carriera versa contributi in una specie di salvadanaio che è il montante contributivo. Detto ciò, al momento della pensione, cioè quando il lavoratore lascia l’attività e diventa pensionato, percepisce un assegno mensile commisurato all’ammontare dei contributi che ha versato.

Decidere liberamente l’età di andare in pensione dovrebbe essere garantito ai lavoratori. Infatti in base a questa scelta il lavoratore deve essere conscio del fatto che percepirà una pensione più bassa uscendo prima ed una più alta uscendo dopo. E non parliamo di coefficienti, di penalizzazioni di assegno o di altri paletti che da troppi anni sono inseriti nel sistema in ogni misura previdenziale in vigore. Parliamo semplicemente di pensione più bassa per un minor numero di anni di contribuzione effettivamente versata.

Cosa ha in serbo il governo

Lasciare liberamente il lavoro a qualsiasi età scegliendo altrettanto liberamente di percepire un assegno più basso o più alto. È il principio cardine della flessibilità nell’uscita dal mercato del lavoro per i lavoratori. E si tratta di un obbiettivo non troppo celato del Ministro del Lavoro Andrea Orlando. Lo si evince da una nuova direttiva dello stesso Ministero del Lavoro.

Una soluzione che eliminerebbe alcuni fattori che rendono la quiescenza nel sistema contributivo troppo legata a paletti e vincoli che determinano poche opzioni per i lavoratori. Basti pensare che un lavoratore con carriera iniziata dopo il 31 dicembre 1995, potrà anticipare la pensione a sua scelta, con 20 anni di contributi almeno, ma solo dai 64 anni di età e solo con una pensione che alla data di decorrenza sia pari o superiore a 2,8 volte l’assegno sociale (oltre 1.300 euro al mese in base all’attuale assegno sociale vigente).

Se viene meno questo fattore della pensione sopra le 2,8 volte l’assegno sociale, si passa a 67 anni, come pensione di vecchiaia prevede, in barba a qualsiasi principio di flessibilità. Ma anche a 67 anni serve che la pensione sia, sempre alla data di decorrenza, pari ad almeno 1,5 volte l’assegno sociale (circa 700 euro al mese). Al venir meno anche di questo fattore, si passa a 71 anni, quando vengono erosi tutti questi vincoli.

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Sindacalista, operatore di Caf e Patronato, esperto in materia previdenziale, assistenziale, lavorativa e assicurativa. Da 25 anni nel campo, appassionato di scrittura e collaboratore con diversi siti e organi di informazione.