Pensione: quando la disoccupazione aiuta: via dal lavoro sue anni prima

Calcolo pensione e disoccupazione
Calcolo pensione e disoccupazione

Parlare di disoccupati che vanno in pensione sembra una assurdità dettata dal nostro sistema previdenziale che prevede l’obbligo di versare contributi per uscire dal lavoro con la quiescenza. Ma la disoccupazione, intesa come indennità può essere un valido veicolo per consentire a chi non riesce più a trovare le energie e la forza per continuare a lavorare, di lasciare il lavoro.

Pensioni e Naspi, un connubio che anche alcune misure prevedono

La Naspi è l’indennità per disoccupati Inps, quella che l’Istituto eroga a chi perde involontariamente il proprio lavoro. Si tratta di una indennità erogata mensilmente dall’Inps per un periodo massimo di 24 mesi. Infatti si può prendere al Naspi per la metà delle settimane lavorate nel quadriennio precedente la data in cui si perde il lavoro.

Il periodo indennizzato con la Naspi è coperto dal punto di vista contributivo, con la cosiddetta contribuzione figurativa, valida sia per il diritto alla pensione che per la misura. Ma attenzione, ci sono alcune misure pensionistiche che prevedono il raggiungimento di determinate soglie di contributi al netto di eventuali periodi di contribuzione figurativa, come può essere proprio la Naspi.

Quando i contributi da disoccupazione non servono per la pensione

Una di queste per esempio è la pensione anticipata ordinaria, per la quale servono 42 anni e 10 mesi di versamenti per gli uomini e 41 anni e 10 mesi per le donne, ma di questi 35 devono sempre essere effettivi, cioè senza considerare i figurativi da disoccupazione e malattia.

La disoccupazione è stata anche collegata a due misure previdenziali in questi anni. Un collegamento evidente visto che tra i destinatari di Ape sociale e quota 41 ci sono proprio i disoccupati. Per esempio fino allo scorso anno, chi voleva prendere lo scivolo dell’Ape sociale in qualità di disoccupato, doveva aver terminato di percepire la disoccupazione indennizzata (la Naspi) da almeno 3 mesi.

Naspi, quando può diventare un valido accompagnamento alla pensione

Ma lasciando da parte i collegamenti che la Naspi ha con il mondo previdenziale, sia come requisito di accesso alla pensione che come contribuzione figurativa, la disoccupazione può tornare utile per un altro motivo.

Può diventare una sorta di assegno di accompagnamento alla quiescenza. Chi è stanco di lavorare, oppure a chi pesa dover attendere ancora due anni per accedere alla pensione, la Naspi può essere una soluzione.

Parliamo come è evidente, di soggetti che si trovano a due anni dal raggiungimento di una qualsiasi misura pensionistica. Una soluzione, quella di prendere due anni di Naspi e poi di andare in pensione, valida per molti. Infatti, opzione ok per chi compie 65 anni e vede lontana due anni la soglia dei 67 anni per la pensione di vecchiaia. Ma è utile anche per chi ha raggiunto già i 40 anni e 10 mesi di contributi versati, compresi i 35 anni effettivi prima citati (per le donne si parte dai 39 anni e 10 mesi). Come dicevamo, si tratta di una soluzione assolutamente valida per chi non la fa più a continuare a lavorare.

Bisogna prima verificare di avere diritto alla Naspi

In primo luogo va sottolineato che occorre fare bene i conti.  Se si vuole utilizzare questo escamotage, perfettamente legale, per lasciare prima il lavoro., occorre verificare alcune cose. Occorre verificare se si ha diritto alla Naspi, altrimenti si rischia di restare senza lavoro e senza sussidio.

Va detto che 24 mesi di Naspi spettano solo a coloro i quali hanno 4 anni di continuità lavorativa prima di perdere il posto di lavoro. Essendo la durata massima fruibile pari a due anni, è evidente che servono 4 anni pieni di lavoro per poterne passare due in disoccupazione. Inoltre occorre che sia il datore di lavoro a licenziare il lavoratore.

La perdita del lavoro deve essere involontaria, perché salvo che per quelle per giusta causa, le dimissioni volontarie non danno diritto alla Naspi. Occorre chiedere al datore di lavoro di essere licenziati. Solo così si potrà presentare domanda di Naspi all’Inps.

Alcune problematiche da tenere in considerazione, sia per il lavoratore che per il datore di lavoro

pensioni

Va detto al riguardo che non sempre il datore di lavoro può concedere questa specie di favore al lavoratore. Occorre fare i conti con le esigenze del datore di lavoro e delle attività aziendali, ma anche con il ticket licenziamento che fa pagare al datore di lavoro una parte della Naspi spettante al lavoratore.

Inoltre, occorre fare i conti con altri aspetti, stavolta collegati non al datore di lavoro, ma al lavoratore. Come abbiamo detto prima, meglio verificare se il periodo di Naspi non influisca negativamente sul diritto alla pensione, magari per via del limite dei 35 anni effettivi da centrare. Va sottolineato che basta che manchino pochi mesi a questi 35 anni per rendere non fruibile la pensione anticipata per esempio.

Gli ultimi mesi di Naspi sono nettamente più bassi di importo rispetto ai primi

Da non sottovalutare poi la questione reddituale. La Naspi è pari al 75% dello stipendio medio ai fini contributivi degli ultimi 4 anni. Quindi, già di base si prende meno rispetto allo stipendio. E nel lungo periodo va ancora peggio. Oggi dal sesto mese di fruizione della Naspi, questa cala del 3% progressivo al mese. Infatti il 3% del settimo mese, viene calcolato sull’importo della Naspi del sesto mese, già a sua volta decurtato del suo 3% e così via fino al 24imo mese di fruizione.

Questo significa che alla fine dei 24 mesi la Naspi spettante arriva quasi a ridursi della metà, con gli ultimi 6/7 mesi che sono già drasticamente tagliati. Si tratta di mesi dove occorrerà fare i conti con una netta riduzione di reddito, che si risolverà solo a pensione raggiunta.

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Sindacalista, operatore di Caf e Patronato, esperto in materia previdenziale, assistenziale, lavorativa e assicurativa. Da 25 anni nel campo, appassionato di scrittura e collaboratore con diversi siti e organi di informazione.